Alberi in chiaroscuro, in lunghi filari che costeggiano viali, palazzi, antichi ruderi e costruzioni moderne. Alberi di tante specie, olmi, lecci, pini, palme e magnolie, e ancora cipressi, platani e ligustri.

La storia di Roma si può ricostruire anche dalle alberate che nel corso dei secoli hanno caratterizzato l'”arredo verde” della città.

I primi grandi promotori di alberate furono i papi e in particolare Alessandro VII, il Papa Chigi, verso la seconda metà del Seicento, impegnatissimo a dorare di alberature “belle e comode” le principali vie di collegamento fra la periferia e il cuore della città. “...Che siano olmi – indica il Pontefice – e che si provveda alla spesa”. L'ulmus campestris diventa così l'immagine della provinciale Roma dei papi, che dovrà attendere l'unità nazionale per liberarsi dal grigiore culturale ed “estetico”.

Altro grande periodo di alberate fu la seconda metà dell'800 quando, con il "culto" dei boulevard parigini, i piemontesi crearono le lunghe file di platani che ancora oggi costeggiano via Merulana, Corso d'Italia e il Gianicolo.

L'ultima “ondata” è stata negli anni Trenta, quando furono piantati migliaia di pini, cipressi e lauri, piante più "italiche" del platano, rappresentante delle capitali europee e dei valori liberali, in lunghi filari ordinati, simboli della romanità.

Alla fine degli anni Trenta il gusto per le alberate è sopraffatto da un'urbanistica attenta unicamente agli edifici, dotata di uffici tecnici in grado unicamente di disporre alberi in fila al di là di ogni valutazione di tipo estetico ed ambientale.

Oggi, invece, prima si comincia a costruire, per piantare gli alberi solo molto tempo dopo: le belle e fresche alberate romane, soffocate dai marciapiedi, dalle macchine e dalle case, sembrano ormai essere residui di un'epoca in cui si passeggiava a piedi, o al massimo si usava la carrozza.

Queste vicende sono state ricostruite e proposte con una chiave di lettura molto attuale in “Alberate a Roma”, la mostra organizzata dall'Istituto Quasar a Palazzo Braschi, a cura dell'arch. Federico Cajola della Soprintendenza Archeologica di Roma, con il patrocinio del ministero per i Beni culturali e degli assessorati alla cultura e all'ambiente del Comune di Roma.

In esposizione vi erano una cinquantina di fotografie storiche delle alberate romane dal 1850 al 1950, la cronistoria della crescita di Roma capitale, attraverso i vari piani regolatori dal 1973 ad oggi, una rassegna delle specie botaniche più diffuse nelle alberate romane e oltre un centinaio di foto di Umberto Santucci che ha ripreso le alberate di oggi.

Ognuna delle 13 sale di Palazzo Braschi è stata dedicata ad un'essenza vegetale, con 13 pannelli didattici a colori con descrizioni architettoniche e botaniche della specie trattata e presente nei viali fotografati a completare il percorso; il vivaio Margheriti ha offerto gli alberi sistemati all'interno di ogni stanza tematica.

Abbinato alla mostra, l'Istituto Quasar ha promosso il concorso "Disegna l'albero in città", svoltosi presso le scuole superiori di Roma e del Lazio. I risultati, inviati via fax in tempo reale al Museo durante la mostra ,sono stati valutati da una commissione. I migliori sono stati premiati, naturalmente, con le piante.

Il primo premio è stato assegnato ad un ragazzo spastico del liceo Silvio d'Amico di Roma per aver disegnato in modo magistrale un albero con le foglie a forma di sampietrini. Emozionante è stato il momento della premiazione, quando la Giuria ha preso coscienza del doppio merito del giovane vincitore. Gli applausi meritatissimi sono durati mezz'ora.

Facendo questo studio ci siamo accorti che a Roma ci sono moltissime piante che però non vengono percepite, non si notano o diventano addirittura elementi di intralcio in una vita quotidiana frenetica, caratterizzata dall'affannosa ricerca del posto macchina Con quest'iniziativa vogliamo proporre un ritorno alla cultura del verde in città, una cultura che esisteva, di cui si vedono ancora splendidi esempi, ma che attualmente è morta, perchè gli alberi si piantano ancora, ma senza nessun disegno architettonico, nessuna strategia organica del verde urbano”._

_Benedetto Todaro, presidente dell'Istituto Quasar e curatore della rassegna.

Fonti:

  • A Palazzo Braschi le foto delle specie botaniche più diffuse - Nacquero per volore dei Papi le tipiche alberate romane, di Cristina Corazza, Il Tempo, di martedì 21 aprile 1990

  • A Palazzo Braschi una mostra sulle alberate romane - Su quel ramo c'è una storia, di Gabriella Gallozzi, l'Unità, di domenica 22 aprile 1990

  • A Palazzo Braschi singolare itinerario storico-fotografico - Alberate romane, una storia verde, di Cecilia Gentile, la Repubblica, di giovedì 19 aprile 1990

Alberate a Roma

Le specie vegetali nella definizione della qualità urbana

lessico cittadino II

a cura di Benedetto Todaro

E' l'albero nella città il simulacro di una natura catturata, circoscritta e resa domestica che conserva ed esprime tuttavia nei confronti dell'intorno urbano una sorta di estraneità memore di altri luoghi e di altre origini, o piuttosto nel momento in cui si inurba diviene a tutti gli effetti materiale costitutivo, speciale ma non per questo altro dal complesso artefatto della città?

Alberate a Roma, come secondo lemma di un ideale lessico cittadino opera una distinzione tra gli alberi presenti nella città a seconda che siano parte di complessi più o meno organici ma circoscritti: parchi, ville, giardini, o piuttosto coinvolti, irretiti e collaboranti nella trama del tessuto viario, a contatto con l'edilizia e col vissuto quotidiano della dinamica cittadina.

A questa seconda condizione si rivolge lo studio e, in particolare, al caso più tipizzabile costituito dalle organizzazioni di specie arboree in filari, semplici o multipli, che costeggiano e definiscono i percorsi: quello appunto dell'alberata.

L'analisi prosegue il confronto, già avviato con lessico cittadino1: soglie, tra i criteri tradizionali che presiedono alla definizione del progetto e i modi, praticati dal senso comune, di percezione e di valutazione dei risultati reali. Vuol essere questo un contributo per ricondurre la progettazione architettonica e le sue teorie alla loro funzione prima di strumenti efficaci per configurare una nuova civiltà del costruito infrangendo il guscio di autoappagamento e di autogiustificazione che si sono artificiosamente create e che costituisce il limite più rilevante alla loro efficacia.