L'Istituto Quasar Design University Roma, insieme all'International Design Academy di Okinawa (Giappone), ha affrontato quest'anno il tema dell'invenzione di uno spazio di vita per un "committente speciale": l'homeless.
L'APH (Associazione Progettisti dell'Habitat), ideatrice e promotrice di questo progetto insieme all'Istituto Quasar, senza pretesa di risolvere con questo contributo i gravi problemi che affliggono gli homeless, pone sul tappeto il ruolo di una progettazione alla ricerca di altre energie comportamentali per una creatività autonoma, attenta anche alle necessità del popolo invisibile.
Disegnare un involucro per i senza fissa dimora in grado di proteggerli soprattutto durante la notte è stato un modo di guardare il mondo da una prospettiva "altra", con un forte senso positivo del progetto, con la speranza, in esso celata, di attivare la forza di una straordinaria utopia.
_**Zone d'urgenza
L'Istituto Quasar continua le sue sperimentazioni progettuali e investe sempre più spesso in ricerca **_
Numerosi gruppi di persone si trovano senza fissa dimora, costretti a spostarsi in seguito ad eventi catastrofici (personali, economici, naturali, politici, …) e sicuramente le frontiere che crollano una ad una rappresentano non solo una forte compenetrazione tra locale e globale ma anche tra mobile ed immobile e ci portano, come dice Virgilio, ad una specie di rovesciamento topologico in cui, per la prima volta alla scala del pianeta non c'è più differenza tra interno ed esterno, tra dentro e fuori: “ il globale è oramai l'interno di un mondo finito, la cui stessa finitudine pone numerosi problemi e il locale è l'esterno, la periferia”...
Insomma, c'è un costante sviluppo della precarietà e in questo quadro l'Ecce Homo del senza tetto rappresenta drammaticamente chi non ha più un luogo dove inscrivere la sua presenza concreta, avendo perduto ogni legame con il mondo e i suoi simili.
L'Istituto Quasar Design University di Roma e l'International Design Academy di Okinawa hanno lavorato assieme per un progetto speciale: uno spazio per tutte quelle creature “flessibili” che inseguendo i loro desideri o deliri manipolano spazi, tempi, oggetti, reinventando perpetuamente il senso dello stare in un luogo attraversandolo. Talvolta possiamo imparare da queste persone il fatto che “fare” un luogo può significare semplicemente allestirlo con le proprie povere cose e in alcune culture si può raggiungere questo obiettivo addirittura con atti ancora più semplici.
I giapponesi, appunto, ci insegnano (se sappiamo ascoltarli con attenzione) che un luogo può addirittura prescindere dalla presenza di edifici che lo conformano. Ci insegnano l'estetica dell'imperfetto del Wabi-Sabi: la bellezza del temporaneo e dell'incompiuto. Ci insegnano come catturare una forma per uno spazio indiviso, liquido, perchè anziché essere costituito da molte parte può semplicemente essere piegato e spiegato in molti modi.
Per gli homeless un luogo scelto per stare un giorno, una notte, qualche settimana, è spazio vissuto, tempo vissuto, attraverso azioni essenziali come quelle primordiali (ad eccezion fatta per la caccia che imponeva un nomadismo dovuto al movimento degli animali da cui trarre cibo e ri-vestimenti) dove l'erranza in una moltitudine come sommatoria di solitudini significa soprattutto rischio, sofferenza, vuoto, distacco, minaccia.
Per tutto ciò ed altro, che qui è impossibile sintetizzare, l'Istituto Quasar ha scelto di occuparsi dell'abitare un altro tipo di movimento a quello dello stare sul luogo. E soprattutto tentare, attraverso una ricerca progettuale su un possibile spazio miniaturizzato, di proteggere dal freddo e dai luoghi critici delle metropoli, chi vive “su di sè” il rifiuto di un alloggio permanente, chi non può permetterselo, chi per particolari condizioni esistenziali è addirittura un “clandestino” nel suo stesso mondo.
Orazio Carpenzano